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    UNESCO CHAIR TORINO

    SUSTAINABLE DEVELOPMENT AND TERRITORY MANAGEMENT

Crisi socio-ecologica e transizione al geo-capitalismo: una riflessione critica sulla fine e il superamento del valore.

Indice articoli

WORKSHOP

Martedì 27 novembre 2018   ore 9.00-18.00

Campus Luigi Einaudi – Università di Torino

 

 

Aula 3D233

Cattedra Unesco di “Sviluppo sostenibile e management del territorio”

Laboratorio Solars (Università di Torino)

Dipartimento di Culture, politica e società – Università di Torino

Rivista “Culture della Sostenibilità”

 

La “critica del valore”, la corrente internazionale di cui Anselm Jappe e Norbert Trenkle fanno parte, ha cercato di riprendere e sviluppare, dalla fine degli anni ’80, la parte viva dell’eredità di Marx, la sua critica radicale delle categorie centrali del capitalismo: merce, lavoro, valore, denaro, capitale. Rovesciando i luoghi comuni che segnano il dibattito contemporaneo, gli strumenti della critica del valore aiutano a rintracciare le vere cause dell’attuale crisi ecologica ed economica, del prevalere della finanza sul capitale produttivo, della crisi della “politica” e della democrazia liberale moderna.

 

 

Organizzazione del workshop:

  • I parte (9:30-13:00)

La teoria del valore di Marx e la sua presa sul presente

Presentano:

Riccardo Frola e Dario Padovan

Anselm Jappe: "Crisi della forma-merce e dissoluzione del legame sociale nella società autofagica"

Norbert Trenkle: "Crisi globale, finanziarizzazione e capitale fittizio: il differimento della produzione di valore"

Discutono:  

Riccardo Frola – Università di Torino;

Dario Padovan – Università di Torino;

Giordano Sivini - Sociologo; Giuliana Commisso – Sociologa; Enrico Donaggio – Filosofo;

Raffaele Alberto Ventura – economista;

Luigi Pellizzoni – sociologo; Alfredo Agustoni – sociologo; Jean Claude Leveque – Filosofo;

Mauro Bonaiuti – Bio-economista;

Fiorenzo Martini – bio-economista; Mario Salomone – sociologo.

  • Iparte: 14:00-18:00

Crisi del valore e ontologie della crisi

Giordano Sivini - La grande inversione. Dalla valorizzazione alla finanziarizzazione

Jean Claude Leveque - Tra realismo speculativo e marxismo critico: per una rilettura del concetto di alienazione

Luigi Pellizzoni - De-valutare la natura: la questione dei servizi eco-sistemici

Raffaele Alberto Ventura: La classe improduttiva. Cicli capitalistici e devalorizzazione del capitale umano

Alfredo Agustoni – Energia, valore e mutamento: prolegomeni alla transizione post-capitalista

Dario Padovan - Energia, lavoro, valore: una lettura energetica della teoria del valore di Marx

Fiorenzo Martini: Valore e risorse naturali: misure, metriche, metodologie a confronto

Mauro Bonaiuti: Valore e fine della crescita

Discutono:

Anselm Jappe e Norbert Trenkle


 

 

 

 

L’irresistibile crescita e affermazione di politiche reazionarie, razziste e fasciste – convenzionalmente chiamate populiste e “sovraniste” – non è ancora stata attentamente analizzata nelle sue cause e conseguenze. Normalmente la crescita di tale “populismo” viene considerata una reazione irrazionale – ma per molti in parte legittima - al capitalismo finanziario globalizzato che si è imposto contro il più umano capitalismo produttivo e il modernizzante ma elitario capitalismo green. La rivendicazione di sovranità nazionale, il rifiuto dei trattati di libero commercio, il ritorno a forme economiche protezioniste, la critica alle politiche europee, la disapprovazione delle banche, il ritorno alle monete nazionali, sono aspetti precipui della narrativa populista. Le retoriche fondamentali evocano però soprattutto la cancellazione dei flussi migratori, il rifiuto definitivo delle forme di mixage sociale e interculturale generato da tali flussi, il ritorno spasmodico a forme di privilegio etno-razziale, la difesa del lavoro autoctono, la “purezza” razziale: l’Italia agli italiani, la Francia ai francesi, la Polonia ai polacchi, e così via.

Terrorizzati dall’instabilità globale dei mercati e però inclini, nonostante tutto, a prestare fede al sistema, dominati dall’illusione circa la loro residua capacità di competere, i leader razzisti e i loro epigoni fanatici del mercato sfogano la loro rabbia sugli “improduttivi”. Gli ideologi del consumo affamati di denaro, sempre più diffondono l’odio contro profughi, disoccupati, “asociali”, disabili, anziani, malati che, per la furia farneticante dell’instabile soggetto della merce, appaiono sempre più come “parassiti”, il cui mantenimento rappresenta solo un “privilegio” illegittimo e un costo da azzerare. Gli ultimi scampoli dei profitti nazionali dovuti ai flussi di capitale finanziario catturati dai diversi stati-nazione, devono essere difesi con le unghie e i denti contro chi non è parte del “popolo”, contro chi vorrebbe rubare la ricchezza della nazione.

Tali dinamiche stanno creando fratture e confusioni nella sinistra stessa. Diversi pensano che la strategia fondamentale per battere il capitalismo o comunque l’attuale forma neo-liberale del capitale sia quella della definitiva uscita dal sistema globale, una salvifica secessione che farebbe del bene alle classi lavoratrici e popolari dei paesi che sono stati e sono il perno di tale sistema globale. Gli Stati Uniti e l’Europa devono tornare ad essere economie e società nazionalizzate; soprattutto l’Europa deve tornare a un sistema di stati nazionali sovrani. La prospettiva dello “sganciamento”, evocata anche alcune componenti della sinistra radicale, se può avere un senso per paesi da tempo vittime della globalizzazione come quelli africani, è molto più problematica e per certi versi ipocrita per gli stati centrali del sistema-mondo che hanno fatto della delocalizzazione e della disponibilità di forza-lavoro a basso costo la strategia fondamentale della produzione globale di merci. Tali prospettive non colgono l’aspetto fondamentale dell’attuale congiuntura, ossia la profonda crisi del corrente sistema di produzione delle merci la cui forma finanziaria non ne è che l’epifenomeno.

Il ritorno a forme economiche nazionalizzate e apparentemente non globalizzate, è un’illusione che si inscrive perfettamente nella più ampia dinamica del capitalismo globale dalla quale dipende. La pur legittima critica del capitale produttivo d’interesse porta sovente con sé pericolose derive come quella che attribuisce a soggetti incapaci, immeritevoli e parassiti, la colpa della crisi (segnalata da Kurz). Nella prospettiva della critica populista del capitale finanziario il dualismo tra lavoro e denaro presente nella merce viene radicalizzato al punto da provocarne la violenta scissione. Entrambe le forme astratte della merce – quella del lavoro e quella del denaro – trovano un corrispettivo capro espiatorio: da un lato il corpo quasi-umano, improduttivo, inoperoso ma poco costoso del “negro”; dall’altro l’“ebreo” parassita, disonesto, furfante, cospiratore. Da un lato il sub-umano che ruba lavoro, dall’altro il superumano che ruba denaro. Sia il lavoro astratto di produzione, sia la sua rappresentazione monetaria nella circolazione, diventano l’obiettivo della critica populista del capitale produttivo d’interesse. Le merci vanno prodotte da forza-lavoro bianca così come il capitalista che guadagna denaro deve essere bianco.

Non vi è dubbio che la globalizzazione stia mostrando i suoi limiti, limiti di natura economica, sociale, ecologica. Ma tutti coloro che ora plaudono a politiche di ri-nazionalizzazione del capitale globale, non riescono a vedere la causa del problema: la crisi del sistema globale di generazione del valore, ossia del sistema di produzione, circolazione e consumo delle merci. La crisi del nesso capitalismo-natura, compendiato dalla categoria di “Antropocene”, ossia il declino della “fertilità naturale del capitale”, sta provocando non solo la caduta del saggio di profitto globale prevista da Marx, ma anche contromisure da parte del capitale che stanno generando la riduzione globale dei salari pur a fronte di una riduzione di forza-lavoro complessiva impiegata nel processo produttivo, l’accelerazione dei processi di estrazione di materia prima, la caccia alla forza-lavoro meno costosa, la continua razionalizzazione del processo di produzione e consumo di merci, l’acquisto con fini monopolistici e di rendita fondiaria di enormi riserve di suolo (land-grabbing), l’enorme sviluppo del capitale fittizio (finanza). Come osservato da molti, la finanziarizzazione che caratterizza l’attuale fase di accumulazione del capitale globale rappresenta anche il segnale drammatico della sua crisi, il tentativo finale di frenare la caduta dei profitti globali.

A partire dagli anni ’60 dello scorso secolo si è verificata in effetti una sensibile caduta del tasso globale di profitto. Il punto più basso è stato nel 1975 in corrispondenza con una serie di interconnesse crisi (picco positivo dei salari e del petrolio, picco negativo della produttività del lavoro), per poi tornare a crescere per raggiungere il suo massimo a metà degli anni ’90. Da quel momento il tasso di profitto è rimasto stabile o è leggermente diminuito ma non è più tornato ai livelli degli anni ’90. Questo andamento suggerisce che il boom dei profitti non è dipeso dalla crescente profittabilità del processo produttivo globale, ma dalla rapidissima crescita del capitale fittizio. Inoltre, la divergenza tra saggio del profitto dei G7 e quello mondiale a favore di quest’ultimo indica che le economie dei NIC hanno giocato un ruolo centrale nel sostegno dei tassi di profitto globale, e che il tasso di profitto delle economie avanzate e terziarizzate è diminuito del 20% a partire dal 1963 (Michael Roberts). Questo ultimo dato indica, infine, che la globalizzazione della produzione verso i “Sud” del pianeta sta producendo nuovi modelli delle relazioni capitale/lavoro/materie prime, un nuovo ordine nell’evoluzione storica della forma capitalista della relazione di valore (Smith, 2011, “Imperialism and the Law of Value”).

La merce e il sistema che la produce torna quindi a essere al centro dell’analisi della crisi. Senza merci, non vi può essere valore, né profitto, né capitale. La merce è dunque ancora quella “cellula germinale” della società di cui parlava Marx. L’analisi della merce, del lavoro astratto e del valore di Marx, accantonata persino dai marxisti più attenti come inutile ferro vecchio, spiega che soltanto il lato astratto della merce, la sua profittabilità e non la sua utilità, in una parola il suo essere “valore”, ha rilevanza sociale nella società del capitale. Il processo di produzione delle merci è soprattutto processo di riproduzione del valore e quindi accumulazione del capitale globale senza riguardo per i suoi contenuti concreti. Il valore è l’unica vera ricchezza sociale. Una società in cui il valore d’uso è una sorta di “male necessario” da tollerare pur di accumulare ricchezza astratta, valore sotto forma di denaro, rivela un carattere che possiamo ancora oggi a buon diritto dichiarare “feticista”. Ma questa società è in crisi: l’enorme livello produttivo raggiunto, l’enorme massa di merci circolanti in quanto portatrici di valore, il crescente consumo di energia e materie prime necessarie alla loro produzione, la decomposizione dei legami sociali di solidarietà e cooperazione, queste dinamiche minacciano gli stessi meccanismi di creazione del valore distruggendone la sostanza: il lavoro vivo e la sua potenza cooperativa. La violenta separazione di natura, lavoro e denaro solleva problematiche nuove che meritano risposte innovative ancorate a una solida teoria. La prospettiva qui suggerita è quella di mettere a punto nuovi strumenti per la riappropriazione condivisa dei processi di metabolismo socio-ecologico. Il razzismo della società della merce, la crisi dei sistemi socio-ecologici, il ritorno a forme di lavoro semi-forzato, devono essere affrontati evitando di promuovere rovinose visioni politiche, che alimentano anche involontariamente xenofobie e razzismi. Diventa invece necessario teorizzare e sperimentare forme di superamento del “lavoro astratto”, presupposto dalla forma-merce. Forme di riproduzione sociale nuove, al di là del mercato e dello Stato, in grado di liberare il “metabolismo materiale dell’uomo con la natura” dal terrore dell’astrazione della moderna forma feticistica, superando la separazione funzionalista delle diverse sfere dell’esistenza umana socializzata.

 

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